Magazine

_

Notizie sul mondo ICT, Cyber Security ed aggiornamenti sulle attività di My Voice​

“ACCESSO VIETATO AI MINORI?” Quando la tutela della privacy diventa una questione (anche) di educazione digitale globale

Dal 12 novembre 2025, chi in Italia vorrà accedere ai siti per adulti dovrà dimostrare di essere maggiorenne attraverso un sistema di verifica dell’età basato sul doppio anonimato. Una misura introdotta per proteggere i minori, ma che — inevitabilmente — apre un grande tema: quello della consapevolezza digitale come diritto e dovere di ogni cittadino e imprenditore.

Come avrebbe dovuto funzionare il sistema (in teoria)

Il sistema prevede che l’utente venga reindirizzato a un soggetto terzo certificato per confermare la propria età, utilizzando un codice QR da scansionare con un’app dedicata o un token generato da portafoglio digitale. La promessa è chiara: anonimato totale e nessuna raccolta di dati personali come nome o cognome, attraverso il principio del “doppio anonimato” – chi verifica l’età non sa per quale sito l’utente chiede l’accesso, e il sito non conosce l’identità dell’utente.

Ma ogni volta che la tecnologia entra nel campo della verifica dell’identità, si apre un potenziale punto di vulnerabilità. E la storia ci insegna che tra promesse e realtà, nel digitale, c’è sempre un margine di rischio.

La scorciatoia delle VPN gratuite: quando il rimedio è peggiore del male

vpn

Come prevedibile, sono già esplose le ricerche e i download di VPN gratuite che promettono accesso immediato ai siti bloccati, aggirando la verifica dell’età. Nel Regno Unito, dopo l’introduzione di misure simili, oltre 10,7 milioni di britannici hanno scaricato app VPN nella prima metà del 2025.

Sei sicuro che sia gratuita?

Molte VPN dichiarate “gratuite” raccolgono e vendono i dati degli utenti a inserzionisti e terze parti – cronologia, preferenze, geolocalizzazione, abitudini di navigazione – utilizzano protocolli di crittografia obsoleti e possono persino diventare veicolo di malware. Alcune di queste app fanno capo ad aziende ubicate in Cina, soggette a rigide leggi nazionali sulla gestione dei dati, con il governo che può richiedere in qualsiasi momento l’accesso alle informazioni personali degli utenti.

Informazioni che, aggregate e vendute, diventano materia prima per campagne pubblicitarie, profiling, social engineering o — peggio — attività criminali.

Dal personale al professionale: la stessa dinamica, rischi diversi

La domanda che ogni persona dovrebbe porsi non è più solo: “Come posso accedere a un contenuto?”

Ma piuttosto: “A chi sto regalando i miei dati per farlo? E quali conseguenze può avere questo gesto?”

Questa stessa logica si applica perfettamente al mondo delle imprese. Quante aziende si affidano a:

  • VPN gratuite o “economiche” per consentire il lavoro da remoto
  • Provider cloud “leggeri” per gestire archivi aziendali sensibili
  • Soluzioni di backup gratuite senza chiedersi dove finiscono davvero quei dati
  • Software pirata che aprono le porte a backdoor e ransomware

Senza mai chiedersi: chi accede davvero a quelle informazioni? Con quali finalità? Sotto quale giurisdizione?

Educazione digitale: l'unico antidoto alla vulnerabilità

educazione digitale

My Voice non crede nel proibizionismo digitale, né nel terrorismo psicologico. Crediamo nell’educazione — quella che nasce dall’informazione accurata, dalla comprensione profonda delle tecnologie che usiamo quotidianamente, e dalla capacità di fare scelte consapevoli.

Secondo uno studio NordVPN condotto nell’agosto 2025, il 68% degli italiani dichiara di conoscere le VPN, ma l’11% continua a utilizzare servizi gratuiti, spesso ignaro delle conseguenze per la propria privacy. Paradossalmente, il 38% usa le VPN proprio per proteggere la privacy, senza rendersi conto che molti servizi gratuiti fanno esattamente l’opposto.

Questo gap tra intenzione e risultato è il sintomo di una carenza di educazione digitale che attraversa ogni strato della società:

  • Le famiglie che installano app di controllo parentale senza verificarne l’affidabilità
  • Gli adolescenti che scaricano VPN gratuite per aggirare blocchi, esponendosi a rischi maggiori
  • Gli imprenditori che delegano la sicurezza IT al “cugino che se ne intende”
  • I professionisti che condividono documenti riservati su piattaforme non verificate

L'educazione digitale come investimento collettivo

Ogni volta che uno Stato introduce una norma che tocca la privacy e la sicurezza digitale, abbiamo l’occasione di aprire un dibattito più grande: quanto sappiamo davvero di ciò che accade ai nostri dati?

La risposta, purtroppo, è: ancora troppo poco.

L’Italia è entrata a far parte dei cinque paesi europei (insieme a Francia, Spagna, Grecia e Danimarca) in cui sarà sperimentato un sistema di verifica dell’età a livello continentale, basato su un’app che entrerà a far parte del Portafoglio di identità digitale europeo. Questo ci pone all’avanguardia nella protezione dei minori, ma anche di fronte a responsabilità enormi sul fronte educativo.

Per questo — come accade (o dovrebbe accadere) nel mondo aziendale — la chiave è non delegare ciecamente, ma capire, scegliere, pretendere trasparenza.

Che si tratti di:

  • Un servizio di streaming per la famiglia
  • Una connessione VPN per aggirare censure legittime
  • Un’infrastruttura cloud aziendale
  • Un sistema di backup per dati critici

La regola è sempre la stessa: meglio sapere come funziona, che scoprirlo quando è troppo tardi.

La sicurezza non è mai gratis: nel personale come nel professionale

La verità è semplice ma scomoda: la sicurezza digitale non è mai gratuita. E l’unico modo per essere davvero liberi — come cittadini e come imprenditori — è conoscere chi controlla ciò che ci promette libertà.

Nel contesto aziendale, questa frase assume un peso ancora maggiore:

  • I dati aziendali rubati possono compromettere anni di lavoro
  • Una violazione della privacy dei clienti può distruggere la reputazione costruita in decenni
  • Un ransomware può bloccare l’intera produzione per settimane
  • La perdita di proprietà intellettuale può vanificare investimenti in R&D

Verso un'educazione digitale globale: responsabilità condivisa

La questione della verifica dell’età sui siti per adulti è solo la punta dell’iceberg di un tema molto più vasto: la necessità di un’educazione digitale capillare, trasversale, continua.

Per i cittadini, significa:

  • Comprendere che ogni click ha conseguenze
  • Valutare criticamente app e servizi prima di installarli
  • Insegnare ai propri figli non solo “cosa non fare”, ma “perché non farlo”
  • Pretendere trasparenza da chi gestisce i nostri dati

Per gli imprenditori, significa:

  • Investire in formazione continua per sé e per i dipendenti
  • Considerare la cybersecurity una priorità strategica, non un costo
  • Applicare lo stesso rigore nella scelta dei fornitori IT che si usa per i fornitori tradizionali
  • Comprendere che la sicurezza dei dati è parte integrante della sostenibilità aziendale

Per la società nel suo complesso, significa:

  • Inserire l’educazione digitale nei programmi scolastici fin dalle elementari
  • Organizzare campagne di sensibilizzazione su larga scala
  • Creare spazi di dialogo dove esperti e cittadini possano confrontarsi
  • Sviluppare certificazioni di affidabilità per servizi digitali

🧩 In sintesi: da utenti passivi a cittadini digitali consapevoli

La verifica dell’età per accedere ai siti per adulti è una misura che applica il Digital Services Act europeo e il decreto Caivano italiano per proteggere i minori

Questo apre interrogativi profondi sulla privacy, sull’uso dei dati e sulla nostra preparazione digitale:

 

  • Molti servizi gratuiti raccolgono dati, utilizzano crittografia obsoleta o contengono malware – trasformando la “soluzione” in una minaccia più grave del problema originale
  • La consapevolezza digitale è la migliore forma di protezione, per individui, famiglie e aziende
  • L’educazione digitale non è un optional, ma un diritto e una responsabilità collettiva

La riflessione a margine

In un mondo dove il digitale permea ogni aspetto della nostra vita — dal modo in cui comunichiamo al modo in cui lavoriamo, dal modo in cui ci informiamo al modo in cui amiamo — la consapevolezza digitale non è più un’opzione.

È una competenza di cittadinanza fondamentale, al pari della capacità di leggere e scrivere.

My Voice si impegna quotidianamente per contribuire a questa educazione collettiva — non solo verso gli imprenditori che devono proteggere le proprie aziende, ma verso ogni persona che naviga, condivide, si espone nel mondo digitale.

Perché la sicurezza informatica non è un prodotto che si vende. È una consapevolezza che si costruisce insieme. 

articoli recenti

Workshop My Voice su CyberSynCheck – FARETE 2025 – Zero Trust per PMI
non è se ma quando